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Ecco perché siamo insoddisfatti dei nostri selfie. Roland Barthes lo spiegava 38 anni fa.

Da La Repubblica. Di MICHELE SMARGIASSI.
L’intellettuale francese avrebbe compiuto 103 anni il 12 novembre. Proviamo a rileggere ‘La Camera Chiara’ del 1980 per ritrovare “istruzioni profetiche per l’uso dell’ego-immaginario che portiamo in tasca”.

 Ma certo, Roland Barthes e i selfie. Scandalizzati per l’accostamento? Barthes si occupò di pastasciutta, di wrestling, di ufo, di patatine fritte. Si sarebbe occupato, siatene certi, anche di selfie. E forse l’ha fatto. Sì, lo so, il filosofo, linguista, patriarca della semiologia, nato in questo 12 novembre di 103 anni fa, morì trent’anni abbondanti prima che il selfie cominciasse la sua luminosa ascesa.
E il selfie, ricordiamolo, non ha antecedenti diretti, non è un autoritratto, non è un autoscatto, anche se ne eredita qualcosa; è un genere fotografico che ai tempi di Barthes non esisteva. Che cos’è allora? Be’, Barthes lo avrebbe forse definito, come definì tutta quanta la fotografia, un oggetto antropologicamente nuovo. Anch’esso, come pure definì la fotografia, discretamente intrattabile. Basta vedere quante reazioni isteriche la sua comparsa ha scatenato nel mondo degli intellettuali superciliosi tutori della supremazia del pensiero verbale. Che Barthes non era.

[…]Davanti all’obiettivo, io sono contemporaneamente: quello che credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede che io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte. […]

Leggi l’intero articolo sul sito de La Repubblica.

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